Domenica 15 aprile ‘07

spunti per una LETTURA SOPHIARTISTICA del film
“DON JUAN DE MARCO, MAESTRO D'AMORE” di J. LEVEN
Dr.ssa Angela Marchi
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“La maggior parte della gente ritiene che Amore significhi essere amati anziché amare; di conseguenza per loro il problema è come farsi amare, come rendersi amabili, e per raggiungere questo scopo seguono parecchie strade.” (E. Fromm:L’Arte d’amare). Sono parole molto semplici, non avrebbero bisogno di essere commentate, ma cerchiamo di approfondirle maggiormente. L’uomo parte da questa persuasione: che amare significhi essere amati; l’accento non viene posto sullo sforzo attivo che uno deve compiere per amare una persona, perché questo è considerato un fatto automatico, una volta trovata la persona giusta. Quello che conta è come essere amati, cioè nel rapporto che si stabilisce subito tra un uomo e una donna, sia per l’uno che per l’altra ciò che vale è in prima linea come fare per essere amati; e non viene per niente il pensiero: “Cosa devo fare io per Amare una Persona?” Io aggiungo che dietro questo pregiudizio c’è la persuasione che amare significhi scegliere una persona e voler attrarre questa persona nella propria orbita affettiva. Il pensiero che c’è al fondo è questo: preoccupazione di come fare per essere amati. Se io ho già scelto una persona e dico “voglio amare questa persona e voglio l’amore di questa persona” basta solo questa scelta per darmi la sensazione che sono a posto e che non devo fare più altro. Chi deve fare tutto è l’altra persona. La nostra psicologia è fatta così: una volta che io ho scelto una persona d’amare, questa persona non ha più diritto di lamentarsi, ha già il mio amore per il solo fatto che io l’ho scelta. Avendo fatto la scelta non ci preoccupiamo più di come amare, ci preoccupiamo che l’altro risponda all’amore, e quando si tratta di volere questa risposta, allora diventiamo di una pretesa senza limiti nei riguardi dell’altro; se mi ama deve fare questo, se mi ama deve fare quest’ altro. Così tiriamo fuori tutto ciò che vogliamo per essere certi che l’altro ci ami. Ma applichiamo a noi stessi queste considerazioni? No. Spostiamo completamente sull’altro la responsabilità e la riflessione sulla qualità della sua attitudine ad amare, e non mettiamo in causa la nostra attitudine ad amare. Perché per noi è più importante come essere amati, e non come amare. Per noi già c’è la convinzione che amiamo, dal momento che abbiamo scelto la persona, o per il fatto che ci siamo fatti scegliere da una persona. […] Ma ciò che conta è sempre questo: la scelta è fatta, io amo, vediamo come mi ama l'altro, come risponde l'altro alla mia scelta. Ma ritorniamo su questa bisogno: io devo farmi amare: Quale sarebbe la condizione giusta per farmi amare? Rendermi amabile. Purtroppo non è questa la conclusione a cui arriviamo. Istintivamente la maggior parte di noi pensa piuttosto: devo rendermi attraente. C'e un abisso tra il rendersi attraenti e il rendersi amabili. Se io devo rendermi attraente significa che io devo essere bello, ricco, intelligente, devo avere successo nella vita, ecc. Rendermi amabile significa rendermi accessibile all'amore di un'altra persona. E per rendermi amabile non devo mettere l'accento soltanto su l’una o l'altra qualità che potrei avere, ma devo mettere l'accento sugli ostacoli che io presento al partner per essere amato; cioè sugli ostacoli che io inconsapevolmente ho dentro di me, e continuamente formano una barriera tra me e il partner, per cui io impedisco all'amore del partner di raggiungermi. In questa senso non sono amabile; ma chi accetta di dire a se stesso che non è amabile? O chi accetta che non è amabile non perchè non è alto, bello, importante? L'accento non viene messo mai sulle reali difficoltà della comunicazione nel rapporto interpersonale, come per es. mancanza di umiltà, mancanza di fiducia, mancanza di coraggio, mancanza di disponibilità profonda verso l'altro. Noi non pensiamo a tutte queste cose, pensiamo a renderci attraenti in tutt'altro modo, e non nel modo che è l'unico giusto: l'impegno di renderci amabili. II secondo pregiudizio - dice Fromm - per sostenere la teoria che nulla vi è da imparare in materia di amore, è la supposizione che il problema dell'amore sia il problema di un oggetto, non il problema di una facoltà. Un'altra persuasione fortissima è che basti trovare la persona giusta e tutto scorre liscio; è soltanto questione di fortuna se uno sa essere amato. La fortuna sarebbe quella di aver incontrato la “persona giusta”. Quindi tutta la preoccupazione e l'attenzione è spostata fuori di noi, nell'oggetto d'amore: se sono fortunato nel trovare la persona giusta, allora avrò un rapporto di amore, sarò amato e potrò amare; ma se non sono fortunato nell'incontrare la persona giusta, non ho nessuna colpa, sono uno sfortunato e ciò non dipende affatto dal mio non sapere amare. Cozziamo dunque, contro un' altra persuasione profonda che c'e in noi: quella di non voler toccare la nostra personalità nelle sue lacune o nelle sue potenzialità che dovrebbero essere sviluppate. Ora, dice Fromm, non si tratta del problema di un oggetto, ma del problema di una facoltà, della facoltà di amare. Noi invece non pensiamo assolutamente che c'e una facoltà di amare che va sviluppata; che va conosciuta, che va esplorata fino in fondo. Questo è un altro grosso guaio, che è alimentato dalla letteratura, dal cinema, dal teatro e anche dal dialogo tra le persone: viene continuamente propagandato il colpo di fulmine, l'amore romantico, il grande amore, l'incontro eccezionale. […]la ricerca di un uomo eccezionale può derivare o dal bisogno della donna di affrancarsi dalla schiavitù di un legame troppo intenso col padre, o dalla frustrazione di un rapporto non vissuto col padre. Posta la capacità di amare, non è che un uomo ami qualunque donna o una donna ami qualunque uomo, c'é sempre una scelta particolare secondo o affinità o complementarietà, o altri motivi. Non è che la mia capacità di amare la possa riversare in assoluto su qualunque persona. II terzo pregiudizio, dice Fromm, è la confusione tra l'esperienza iniziale di innamorarsi e lo stato permanente di essere innamorati. Dice Fromm che tra due persane esiste, prima che si incontrino, un mistero, che è dato dalla personalità dell'altro che noi non conosciamo, e che desideriamo conoscere e penetrare. Molte volte si scambia per amore questo desiderio di penetrare nel mistero di un'altra persona. L'innamoramento sarebbe allora la felicità e la gioia di questo cadere del velo, della barriera, che c'è tra me e questa persona che mi è sconosciuta. Nel momento in cui cade questa barriera perchè io entro, penetro nella personalità, nell'intimità dell'altro, io sento la gioia di questa penetrare. Quindi, l'innamoramento sarebbe l'incontro con un'altra persona che ci attrae per motivi che spesso noi non conosciamo a livello cosciente, e che noi vogliamo penetrare e possedere. Nel momento in cui avviene questo incontro noi siamo innamorati. Ma nella misura in cui noi penetriamo, in un modo o nell'altro, che è sempre limitato, questo mistero della persona prima sconosciuta, questa persona finisce di essere interessante per noi e finisce anche l’innamoramento. Dunque, abbiamo questa differenza tra innamorarsi e amare: il rapporto di amore, quando è conseguenza di tutto uno sviluppo e di tutta una maturazione della personalità, è un rapporto che resta duraturo. La presenza di questo elemento della durata è un elemento per accorgersi che esiste qualcosa che è di più dell'innamorarsi, e che possiamo chiamare amore per una persona.[…] Diversamente, diciamo che non si tratta tanto di amore per una persona quanta piuttosto di amore per noi stessi, di amore per una proiezione di noi stessi, che può essere proiezione di un nostro bisogno o proiezione di una parte della nostra personalità (parte che era rimasta ancora inespressa) a volte soltanto proiettata, a volte veramente incontrata ed amata in un altro, perchè cosi risulti assimilata, integrata e appropriata nella nostra persona. Questo amore per noi stessi non necessariamente né sempre esclude che ci sia contemporaneamente un vera amore (= amore che vuole il bene dell'altro) per la persona sulla quale abbiamo proiettato noi stessi, pur se questo amore si esplica condensato in un breve spazio di tempo. Anche se molti non sono in grado di apprezzarla, l’uomo possiede la capacità spirituale di concentrare una durata eterna, o tutta una vita, in poche ore o in pochi momenti. Ciò accade quando si ama autenticamente (v. il film). N.B.: conoscere non significa necessariamente possedere, perchè posso conoscere rispettando l'altro, donandomi all'altro e ricevendo l'altro in dono. Invece posso voler conoscere cercando di possedere l'altro, di impadronirmi dell'altro. Sono due atteggiamenti diversi. (dal libro “Amore e Persona” di Antonio Mercurio) |