Film e TERAPIA
Lettura psicologica sophiartistica
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COS’E’ LA SOPHIA-ART: La Sophia-Art è una “creazione che ha lo scopo di restituire all’uomo il senso della vita come dono e della vita come opera d’arte. La vita come dono è il contrario della vita come furto. La vita come opera d’arte è il contrario della vita come violenza, come menzogna e come bruttezza. La Sophia-Art, nella sua accezione più profonda è uno stile di vita, ed è un processo di crescita umana, all’insegna dei valori della libertà, dell’amore, della verità e della bellezza. Soprattutto è un impegno costante per creare nuova bellezza nei rapporti con sé e con gli altri”. La Sophia-Art “usa i contenuti poveri e i contenuti traumatici e drammatici della vita, per trasformarli in opera d’arte. Essa usa gli opposti di cui è fatta la vita dell’uomo: verità e menzogna, amore e odio, libertà e condizionamento, ecc…in modo tale da creare la sintesi degli opposti e creare nuova bellezza”. (A.Mercurio,1995;La vita come opera d’arte e la vita come dono spiegata in 41 film) La Sophia-Art si propone di aiutare l’uomo ad unificare tutte le sue parti scisse: passando prima a riconoscere e ad affermare le proprie parti positive, ma anche a vedere e trasformare le proprie parti negative. La Sophia-Art ci da gli strumenti per creare la sintesi degli opposti, quelli che portiamo dentro e quelli che la vita ci pone continuamente di fronte per apprendere a porci, nella vita, come artisti e non come vittime. “Una vittima è quella che passa il tempo a lamentarsi e a gettare la colpa sugli altri per il male che le è stato fatto e un artista è colui che assume su di sé tutta la responsabilità della sua vita e che non spreca nulla di quanto gli è accaduto per realizzare la sua opera d’arte.” (A.Mercurio, 2003; Il mito di Ulisse e la bellezza seconda).
Cos’è l’analisi sophiartistica di un film: “(…) Il linguaggio delle immagini non sempre è facilmente comprensibile e subito traducibile in parole; né accade che esso sveli prontamente il suo significato intenso e profondo. (…) Il fatto è che le immagini non vogliono solo esser viste, vogliono essere contemplate. E la contemplazione richiede tempo, dedizione, riflessione, interrogativi e attesa di risposte. (…) Le opere filmiche possono essere intese come il mezzo di una “comunicazione profonda” tra il regista che le concepisce e le crea e il pubblico che le va a vedere, allora è importante interrogarsi e non mollare la presa, finché non appare chiaro il senso di ciò che il regista voleva comunicare. Se poi il regista è riuscito a realizzare un’opera d’arte, il senso, il significato da cogliere, non è mai uno solo. E’ proprio dell’opera d’arte racchiudere in sé molti significati e non uno solo. E, di questi significati, a volte, il regista ne conosce uno solo, a volte non ne conosce nessuno. Non sempre la critica cinematografica aiuta lo spettatore a capire il senso di un film, preoccupata com’è a interrogarsi più sullo stile cinematografico usato dal regista che a indagare su quello che il regista voleva comunicare ed è riuscito a comunicare con la sua opera. Io non mi occupo di critica cinematografica. Io esploro la vita e i suoi significati profondi, quelli che la rendono degna di essere vissuta. Mi sono accorto che sono molti i registi che pure esplorano la vita e cercano di comunicarne i contenuti, usando le immagini filmiche. E’ un vero peccato che questa ricchezza vada perduta perché non c’è, o non s’è creato ancora, un vasto atteggiamento culturale che incoraggi gli spettatori a non accontentarsi di un semplice sguardo di superficie quando vanno al cinema per vedere un film o quando glielo offre la televisione in casa o quando lo noleggiano o lo acquistano in videoteca. E’ come avere un tesoro nascosto nella vigna e non far nulla per cercarlo e condurre una vita povera e grama, lamentandosi della sorte. (…) Contemplazione, in questo caso, vuol dire considerare un film come fatto da tante tessere di un mosaico e convincersi che nessuna di queste tessere è stata messa lì per caso: ognuna è indispensabile per poter capire la figura d’insieme. Ma ogni tessera ha due facce, una manifesta e una latente. Quella manifesta serve per raccontare una storia e quella latente serve per imprimere a questa storia un significato particolare, quello che il regista vuole condensare nella sua opera per parlare del modo come lui vede la vita e come vede i suoi problemi, siano essi sociali, storici o esistenziali. Le immagini, a differenza delle parole, hanno infatti questo enorme potere di saper condensare più significati in una stessa immagine. Solo con la chiave del contemplare è possibile aprire il forziere delle immagini ed estrarne i gioielli che contengono. Contemplare significa partire dalla faccia manifesta e approdare a quella latente. Tra l’una e l’altra c’è un viaggio da fare e questo viaggio è opera del contemplare. Lo spettatore che ha fretta o che non è educato a saper leggere le immagini, si ferma sempre e solo alla faccia manifesta e mai a quella latente. Ma così può solo capire la storia che il regista racconta e non quello che voleva comunicare attraverso la storia narrata. E’ come guardare le telenovele. Storie lacrimose e interminabili che nulla hanno a che vedere con le opere filmiche. Una chiave di lettura è una chiave per aprire il forziere delle immagini. E’ un modo di tagliare un film come si taglia una pietra preziosa e darle quelle sfaccettature che essa conteneva ma non erano visibili. (…) L’essere fedele al regista mi permette di entrare nel suo mondo e di guardare il mondo e la vita con i suoi occhi. L’essere fedele a me stesso mi permette di dialogare con il regista, essendo io il suo interlocutore e il destinatario privilegiato della sua comunicazione. Dialogando con il regista, dialogo anche con me stesso, e gli interrogativi che lui si pone sono gli interrogativi che io mi pongo; le soluzioni e le risposte che lui mi offre le confronto con le risposte e le soluzioni che io già posseggo e poi faccio un confronto. E’ qui che avviene lo scambio di comunicazione tra me e il regista che ha fatto il film. Nella fecondazione biologica, da due esseri diversi ne viene fuori sempre un terzo che è radicalmente nuovo rispetto a chi l’ha generato. Se io mi lascio fecondare da un artista nasce in me una creatura nuova che prima non esisteva. Lasciarmi fecondare è un lavoro attivo e non un’azione passiva. L’ovulo non è mai passivo di fronte allo spermatozoo, né prima né dopo che è avvenuta la penetrazione. Io posso oppormi alle idee del regista e all’immaginario filmico da lui creato. Io posso aprirmi e dialogare con lui e, dialogando con lui, interpellare le mie parti profonde, scontrarmi con gli schemi mentali acquisiti e decidere se voglio cambiarli o meno, se voglio cambiarmi oppure no. Io ho un corredo genetico e lui ne ha un altro diverso. Fusi insieme danno origine a una vita che prima non esisteva. Questa fusione è un’opera d’arte e quindi non soltanto il regista è un artista, ma anch’io sono un artista, divento un artista, nel momento in cui do inizio alla fusione di due mondi diversi e sconosciuti tra loro. In questo libro si parla pure di sophia-art. (…) Ho creato la sophia-art perché volevo essere un artista della mia vita e aiutare molti altri a diventare artisti della loro vita e della vita dell’universo. Un vero artista è colui che cambia l’essenza e l’esistenza di sé, delle cose e del mondo, attraverso la creazione di un’opera d’arte. Questo è il significato della presenza dell’arte nella vita dei popoli. Dare un senso alla vita che è fatto di continua trasformazione e di continua creazione di nuova bellezza.” (A.Mercurio,1995;La vita come opera d’arte e la vita come dono spiegata in 41 film). |
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